Arkangel: la puntata di Black Mirror diretta da Jodie Foster

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Nell'attesissima quarta stagione di Black Mirror Netflix sceglie di affidare alla regia di Jodie Foster un episodio dove si affronta un tema delicatissimo: il desiderio di proteggere i bambini dai pericoli del mondo. Ma qual è il limite? 

Da qualche anno Black Mirror si è imposta non tanto come una serie tv tradizionale, ma come un vero e proprio specchio che vuole mostrare quanto i nostri vizi e presunte virtù potrebbero arrivare a distorcere il futuro. Questa specie di specchio della strega di Biancaneve non mostra "la più bella del reame", ma l'incubo più agghiacciante che diventa realtà.

Se con The Handmaid's Tale abbiamo iniziato a temere un mondo in cui le donne non sono più padrone del proprio corpo, con Black Mirror abbiamo cominciato a comprendere l'ossessione per i social, per la vita dopo la morte, per il condizionamento del pensiero.

Nella quarta stagione della serie targata Netflix Jodie Foster dirige il secondo episodio, Arkangel, in cui per la prima volta si affronta il tema del controllo dei genitori sulla vita dei figli.

È bene avere il potere di condizionare ciò che i bambini sentono e vedono? Proteggerli ad ogni costo, anche da se stessi?

La trama

In un futuro distopico (ma nemmeno poi tanto), una madre single dà alla luce una bambina, Sara. Dopo averla persa di vista in un pomeriggio al parco, la donna decide di impiantare nel cervello della figlia un dispositivo elettronico collegato a un tablet in grado di tracciarne i movimenti, di monitorarne i parametri vitali, di vedere ciò che vede e di tenere traccia delle emozioni, arrivando persino a manipolarle. Al primo picco di cortisolo, il principale ormone dello stress, ecco che si può intervenire immettendo un filtro che limita la percezione di ciò che stressa l'individuo.

Ad un certo punto Sara percepisce di vedere le cose in modo diverso dai suoi compagni di scuola - o meglio, di non vederle. Fa i primi esperimenti disegnando del sangue, ma quando capisce che, al primo accenno di rosso, la sua vista si riempe di quadratini sfocati, perde il controllo e inizia a manifestare un disagio profondo attraverso atti di autolesionismo. La donna percepisce questo momento come un punto di non ritorno e decide di disattivare Arkangel.

Sara inizia a non temere più il cane che incontra ogni giorno prima di andare a scuola, affronta le sue paure e inizia a fare le esperienze che ogni adolescente fa. Una sera, insospettita dal non vederla rientrare, la madre - ancora una volta in ansia - riaccende Arkangel e scopre qualcosa che rompe per sempre l'equilibrio tra lei e Sara.

Il punto di vista della madre

Quello che anima il genitore, fin dal primo vagito della bimba che tarda ad arrivare, è la paura. Si ha paura che i figli possano soffrire, possano ammalarsi perché non si è stati abbastanza attenti, abbastanza attivi, in una parola si ha paura di essere inadeguati «Mi dispiace», le dice, come se lei - in quanto madre - avrebbe potuto prevedere la fascinazione per il gatto e la caduta.

A questo si aggiunge il bisogno di evitare a tutti i costi il conflitto, che poi sfocia nella forma massima di violenza. Di fare meglio di chi ci ha preceduto. Inoltre, affidarsi alla tecnologia significa anche delegare un po' della responsabilità che si sente incombere sulle proprie spalle: tanto c'è un congegno che vigila anche per me.

Ma cosa succede se si guarda troppo? Se si arriva ad interferire persino con i parametri vitali "per il bene del figlio"? La puntata di Black Mirror ci ricorda che la cosiddetta "fame d'amore", il riversare completamente le proprie attenzioni sul figlio senza più tenere in considerazione il fatto che la propria vita - amorosa, relazionale, personale - genera mostri. Si accetta di ferire - secondo il genitore - superficialmente il figlio, pensando «Un giorno mi ringrazierai». Ma quella ferita non è autentica: è solo frutto di una violenza, amorosa, ma che resta pur sempre tale.

Il punto di vista di Sara

Sara inizia a "vedere" che c'è qualcosa che non va. Il cane sfocato, il sangue che sparisce, le urla che si confondono. Non capisce cosa ci sia in lei che non va e si agita. Messa a conoscenza del congegno installato dentro di lei, riesce a giungere a un accordo con la madre, che spegne Arkangel. Credendo di vivere una vita normale, come tutte le altre teenager, ama, sperimenta tutto ciò che le capita sottomano, quasi affamata di vita, la stessa che a lungo le è stata negata, o meglio, edulcorata.

Immaginate di essere spiate mentre perdete la verginità col primo fidanzatino. O mentre si beve il primo cocktail o si sperimenta il primo spinello. L'occhio di vostra madre è su di voi, ma voi non lo sapete. Prima i genitori si limitavano a degli ammonimenti, che dovevano "limitare" i danni. Improvvisamente in Arkangel l'occhio è davvero su di voi, insieme al controllo, che stravolge persino le prime importanti decisioni che una giovane donna si trova a prendere per se stessa. Non sareste furiose?

Il punto di vista di Jodie Foster

In un'intervista a Vanity Fair, Jodie Foster ha raccontato il suo rapporto con la maternità. Non installerebbe mai un congegno del genere, ma sente il groviglio di sentimenti, spesso contrapposti, che anima una scelta del genere: «Vorresti mandarli nel mondo senza timori, ma al tempo stesso vorresti ostacolarli per non farli andare via. Specialmente il rapporto tra una madre e una figlia è difficile».

Lei che è stata cresciuta da una madre single come quella di Arkangel, sa che significa avere un genitore che ti sta sempre addosso, che vuole curare ogni dettaglio della tua vita. Liberarsi è una «battaglia», dice Foster, ma nessuno può combatterla se non i protagonisti della storia, possibilmente senza barare con la tecnologia. 

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