«Per colpa di una cybertruffa ho pensato al suicidio»

Ogni anno molte italiane, raggirate sul web, si innamorano di uomini che non esistono, rimettendoci migliaia di euro. La storia di Marta, ingannata dalle promesse di ‘Fernande’.

Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di Mark Caltagirone. Davvero difficile tenere giù il braccio, dopo mesi in cui il presunto matrimonio di Pamela Prati ha tenuto banco sui media, rimbalzando dai talk show di Mediaset alle riviste di gossip, fino alle home page dei siti di informazione più autorevoli d’Italia. Alla fine il carrozzone di bugie si è fermato: Mark Caltagirone non esiste, scusateci, ci siamo inventate tutto.

Truffe affettive: un problema da non sottovalutare

In questa vicenda, la cosa davvero preoccupante, al di là dell’attenzione dedicata da milioni di persone all’affaire o delle effettive condizioni (mentali ed economiche) di Pamela Prati, è il fatto che la showgirl sia addirittura finita a Chi l’ha visto?, dove avrebbe dovuto parlare di ‘truffe affettive’ perpetrate attraverso falsi profili social di uomini inesistenti. Eh sì, perché qui si rischia di sminuire il dramma di tante persone che in Italia sono state davvero vittime di raggiri del genere, e che hanno finito per rimetterci soldi e salute. A dare loro assistenza psicologica, ma non solo, c’è l’Acta (Associazione Contro Truffe Affettive), che attraverso la responsabile Jolanda Bonino ci ha messi in contatto con Marta, 45enne pugliese ingannata da ‘Fernande’.

Truffe romantiche: intervista a Marta

Come e quando sei stata contattata da Fernande?

Era il 2016. All’epoca abitavo in Toscana, dovo ho lavorato per cinque anni. Nel 2014 avevo perso mia madre, nel 2015 mio marito: non stavo certo vivendo un bel periodo. Una sera entrai su Skype per contattare un paio di amiche e mi arrivò una richiesta di contatto da parte di un certo Fernande, un francese. Accettai e nel giro di pochi minuti ricevetti una videochiamata. Sullo schermo apparve un bell’uomo, ma non si sentiva la voce. Chiesi di alzare il volume e lui mi scrisse, usando il traduttore, che non poteva perché le sue due figlie piccole stavano dormendo. Chiudemmo la chiamata, con la promessa di risentirci.

E poi?

Dopo qualche giorno tornai su Skype e vidi che mi aveva mandato un messaggio, in cui mi chiedeva come stavo. Gli risposi e così iniziammo a chattare: gli raccontai che facevo l’insegnante, ero vedova e amavo i bambini. Anche lui era vedovo, disse, aggiungendo che viveva a Rouen e che faceva l’importatore di auto, sempre rispondendo in italiano. Fu da subito molto insistente. Era sempre lì, dall’altra parte, come se mi stesse aspettando. Ben presto mi salutò con un intimo: «Ciao amore, come stai?».

Foto: andiafaith © 123RF.com

Quando arrivò la prima richiesta di soldi?

Dopo pochi giorni. Mi raccontò che per lavoro doveva andare in Costa d’Avorio, aggiungendo di avere un problema: la carta di credito bloccata, senza la quale non avrebbe potuto comprare biglietto aereo per la figlia Marie. Aveva bisogno di 300 euro, disse, giurando che me li avrebbe restituiti al più presto una volta arrivato ad Abidjan.

La tua reazione?

Ero impietosita e accettai. Dovevo inviare i soldi a un nominativo italiano, precisò, a un certo Antonio. Gli dissi che nel giro di due giorni sarei andata alla Western Union più vicina, ma lui mi mise fretta. Così andai a prelevare e poi mi recai in un’agenzia per spedire il denaro. Mi mandò un messaggio: «Amore parto stanotte con Marie e Nathalie, non so tra quanto ti scriverò di nuovo».

Per quanto tempo non vi siete sentiti?

Per più di una settimana, quando finalmente mi arriva il messaggio: «Tutto ok, siamo in albergo». Io nel frattempo ero molto incuriosito da lui, che mi mandava foto sue, da solo o con le bambine. Quanto ai soldi che mi doveva restituire, non solo disse che aveva ancora la carta bloccata, ma anche che aveva bisogno di altri 700 euro. E io glieli mandai di nuovo.

Fu quello il punto di non ritorno.

Sì, perché quei 700 diventarono mille, con richieste sempre più frequenti: ‘batteva cassa’ ogni dieci giorni, più o meno. Mi diede il suo numero ivoriano e Iniziammo a scriverci su WhatsApp, da quel punto in poi in francese. Mi scriveva in continuazione, a volte mi faceva delle brevissime chiamate: al lavoro, di giorno e di notte… è evidente che questi truffatori facciano i turni.

Altre videochiamate?

No, mi arrivavano foto e filmati di questo bell’uomo, abbronzato e muscoloso, ma quando chiedevo di fare delle videochiamate c’era sempre qualche scusa. Quelle per spillare soldi diventavano via via più incredibili: «È scoppiato un camion, Maria sta malissimo in ospedale, mi servono 1500 euro», arrivò a dirmi, inviandomi l’immagine della bambina in ospedale. Ora che ci penso, però, una videochiamata a un certo punto ci fu.

E chi c’era dall’altra parte?

Un ragazzo di colore a torso nudo, di 17-18 anni: «Ciao amore, sono Fernande». Gli risposi che non era vero. Mostrandomi una foto, mi disse che tutte le immagini che avevo ricevuto ritraevano l’attore sudamericano Juan Soler. Chiusi la chiamata. Il giorno dopo Fernande mi contattò di nuovo:«Che è successo amore? Hanno provato a fregarmi». Credo che quel ragazzino fosse un membro di un’altra banda di truffatori e che li volesse ‘sabotare’. E che la prima volta davanti all’obiettivo della videocamera ci fosse un filmato di Soler, senza volume.

Nel frattempo lei continuava a inviare soldi in Costa d’Avorio. Con la speranza un giorno di vederlo di persona?

Sì, lui era rimasto ad Abidjan per lavoro. Ma mi diceva: «Vediamoci, mandami 1500 euro che compro il volo». Io facevo di tutto per spedirgli soldi, cambiando spesso agenzia. A un certo punto bloccarono la transazione perché c’era bisogno della carta d’identità del destinatario. Fernande si rifiutò di spedire copie dei documenti. Si limitò a fornire dei dati personali, a questo punto di chissà chi.

Sembra impossibile, ma lei in tutto questo non capì di essere vittima di una truffa.

Io ormai mi ero innamorata di una persona che non esisteva, non ci capivo più niente, non ero più io. Avevo bisogno di sentirlo: per me Fernande era diventato una droga. Arrivai a vendere gioielli e argenteria, a chiedere soldi a mio fratello e un prestito di 23mila euro in banca.

Foto: ocusfocus © 123RF.com

Quanto ha perso in tutto?

50mila euro. E per questo ho anche pensato al suicidio.

Davvero?

Ero esaurita, disperata, alla frutta. Iniziai a prendere ansiolitici, stavo rischiando di perdere il lavoro, al punto che rimasi diversi mesi a casa in malattia. Abitavo al quarto piano. Una sera aprii la finestra e pensai: «Mi butto». Rimasi lì 20 minuti, poi capii che non sarebbe stata una soluzione.

Aveva raccontato a qualcuno ciò che stava vivendo?

No, a volte arrivavo al lavoro con i soldi, le colleghe mi vedevano strana, ma quando mi chiedevano se tutto andasse bene io rispondevo persino male. Quando chiesi soldi a mio fratello non gli dissi il motivo. Solamente dopo due anni gli ho detto: «Probabilmente sono stata truffata».

E lui?

Ha accettato la cosa, ovviamente stando malissimo per me. Mi ha subito detto di smettere di inviare soldi. Poco dopo mi sono aperta anche con una mia amica, che mi ha detto di aver letto di Acta su una rivista. Così ho contattato Jolanda, che mi ha aiutata molto, mettendomi anche in contatto con altre vittime. Nel 2017 sono poi tornata a vivere in Puglia e da allora le cose sono migliorate.

Ha sporto denuncia?

Sì, anche se ero consapevole che non avrei mai rivisto quei soldi.

Ma lei non aveva mai sentito parlare di queste truffe?

No, mai. E vorrei sottolineare che chiunque può essere vittima di una truffa del genere. Sono convinta abbiano hackerato il mio account su Facebook, per scoprire ogni mia debolezza: qualche tempo prima di essere contattata da Fernande avevo avuto difficoltà con il login. Ora mi sono cancellata da qualsiasi parte, tranne Instagram.

Dopo quello che ha vissuto, c’è un consiglio che vorrebbe dare?

Sì, di accettare solo le richieste di amicizia provenienti da persone che conoscete. E se proprio non ci si vuole limitare sui social, di controllare che si tratti almeno di una persona davvero esistente.

Foto apertura: serezniy © 123RF.com

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